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Perché la paura fa ammalare? Parte seconda: le malattie provocate dalla paura

 

 

Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato.

Fernando Pessoa

In natura ogni evento è organizzato e induce l’intero sistema cerebro-organico-ormonale a prepararsi nel miglior modo possibile per superare le difficoltà.
Come abbiamo spiegato nel precedente articolo, nel mondo animale le paure sono concrete e reali e vengono affrontate attraverso le reazioni di fuga o attacco, mentre nel mondo umano le cose sono più complesse, benché in entrambi i meccanismi di lotta e fuga salvano solo se sono attivati entro dei “tempi biologici”, infatti se si lotta o si fugge a lungo, il rischio di ammalarsi diventa elevato. Esperienze traumatiche e livelli anomali di paura e ansia possono compromettere seriamente la nostra salute psico-fisica. Le paure irreali veicolate dalla società hanno fatto nascere nel cervello umano reazioni di tristezza e passività.
Una persona triste è passiva e quindi ferma, bloccata, impotente,  incapace di cogliere l’opportunità di cambiamento che ogni situazione porta in se.
In questo stato, la paura aumenterà ancor di più e saranno gli eventi a gestire l’individuo, e non viceversa.
Il nostro cervello ci avvisa del problema (e l’organo/apparato interessato ha una valenza simbolica precisa) e contemporaneamente lavora per superarlo.
Intervenire con farmaci, terapie, blocca tale perfetto processo biologico e sensato.

Secondo la psicosomatica e dagli studi più recenti della fisica quantistica, è dimostrato che la malattia, con i suoi sintomi che si esprimono nei vari organi, è semplicemente un messaggio che da dentro, dal profondo della nostra interiorità, si manifesta fuori, nel nostro corpo, detto in poche parole, naturalmente. Questo porta come conseguenza il fatto che, se noi reprimiamo il sintomo, non potremo conoscere la ragione vera per cui questo stesso sintomo si è presentato e quindi perderemo l’occasione di effettuare una vera guarigione.  Purtroppo oggi non importa molto la causa profonda della malattia: i medici, per la maggior parte, si limitano a curare il sintomo esteriore, anzi a reprimerlo il più in fretta possibile. Non si vuole con questo dire che dobbiamo essere felici di sopportare un determinato disagio, ma, se riusciamo a farlo, a volte anche per breve tempo, ciò che ci disturba può andarsene per sempre. Questo vale soprattutto per disturbi di lieve e media entità, che ci arrecano disagi non eccessivi: se riusciamo a fare una lettura diversa di questi sintomi e a non prendere al minimo accenno un farmaco che li reprime,  potremo cogliere l’occasione unica di imparare lezioni importanti su noi stessi e la nostra salute, acquisire esperienza, modificare certi comportamenti o abitudini: in ultima analisi ogni evento fisico può farci intravedere la strada per diventare “parte attiva” nella nostra guarigione, così come è sempre successo prima dell’avvento della medicina moderna. Se decidiamo di non cogliere questo insegnamento il disagio lieve può trasformarsi in malattia anche grave. Questo perché se noi decidiamo di non ascoltare il messaggio che sta dietro, la sollecitazione causata dal sintomo si fa sempre più pressante. 

Prima che il problema si manifesti nel corpo come sintomo, si presenta nella psiche come tema, idea, emozione, desiderio o fantasia: da qui, deve fare a volte molta strada per diventare un disturbo funzionale di una certa entità. 

Spiega  Rüdiger Dahlke nel suo libro “Malattia e destino”: “ …ogni evento fisico fa acquisire esperienza. Non è però possibile dire in anticipo fino a che punto l’esperienza penetrerà nella coscienza…ogni sintomo rappresenta una provocazione e una possibilità di vedere e capire il problema di base. Se questo non avviene perché si continua a considerare il sintomo un fastidio casuale di natura semplicemente funzionale, le provocazioni non solo continueranno, ma aumenteranno di intensità… Questo passaggio dalla sollecitazione dolce alla pressione violenta noi lo chiamiamo “livelli di escalation”…Ogni livello rappresenta un aumento dell’intensità con cui il destino sollecita l’uomo a mettere in discussione la sua ottica abituale e a integrare consapevolmente qualcosa che fino a quel momento era stato represso…più forte è la resistenza personale, più forte diviene la pressione del sintomo…Ecco di seguito i vari livelli di escalation:

  1. Pressione psichica (pensieri, desideri, fantasie)
  2. Disturbi funzionali
  3. Disturbi forti a livello fisico (infiammazioni, ferite, piccoli incidenti)
  4. Disturbi cronici
  5. Processi inguaribili, trasformazioni a livello di organi, cancro
  6. Morte (per malattia o incidente)
  7. Malformazioni e malattie innate (karma)

Dice Dahlke:”… prima che un problema si manifesti nel corpo come sintomo, si presenta nella psiche come tema, idea, desiderio o fantasia; più aperta e disponibile una persona è nei confronti degli impulsi che le vengono dall’inconscio, tanto più  vivace sarà la sua vita. Al contrario se la persona è schiava di regole e norme e tende a reprimere ogni tipo di pulsione dall’interno, questa persona chiuderà dentro di sé questi impulsi e vivrà nella convinzione di non conoscere questi “problemi”.  Dopodichè il tentativo di rendersi invisibile a livello fisico richiede già il primo gradino di escalation: si manifesta un sintomo – piccolo, innocuo – ma fedele. In questo modo si è realizzato un impulso, sebbene la realizzazione dovesse essere impedita. Infatti anche l’impulso psichico richiede di essere vissuto per poter penetrare nella materia e, se ciò non avviene volontariamente, avviene in ogni modo attraverso il giro vizioso del sintomo. Si può dunque affermare una regola sempre valida: ogni impulso che non viene identificato torna a noi muovendo apparentemente dall’esterno…

…Dopo i primi disturbi funzionali, con i quali si impara ben presto a convivere, si manifestano i  sintomi acuti e infiammatori, che possono essere presenti ovunque nel corpo, tutti quei disturbi che ognuno di noi conosce dal suffisso –ite(gastrite, artrite, laringite ecc.) Se la provocazione della malattia infiammatoria non viene capita dalla persona, essa si trasforma in forma cronica, che noi conosciamo col suffisso –osi(artrosi, scoliosi ecc) i processi cronici tendono a produrre mutamenti fisici che col tempo diventano irreversibili e che vengono definiti malattie inguaribili. Questa situazione porta prima o poi alla morte…si potrebbe obiettare che in fin dei conti ogni vita finisce con la morte e che la morte di conseguenza non può figurare nei livelli di escalation…Non dobbiamo trascurare però che la morte è sempre portatrice di informazioni, ricorda all’uomo che ogni cosa materiale ha un inizio e una fine ed è quindi poco intelligente attaccarsi troppo a ciò che è materia. La provocazione della morte è sempre questa: liberarsi! Liberarsi dall’illusione del tempo e dell’IO. La morte è un sintomo  in quanto è espressione della polarità, ed è guaribile attraverso l’unione come ogni altro sintomo. 

Con l’ultimo livello di escalation dei disturbi e degli impedimenti innati ci troviamo di nuovo davanti a un inizio, perché quello che fino a quel momento non si è capito della morte lo si porta con sé come problema nella successiva incarnazione.

I livelli di escalation della malattia dovrebbero far capire come il processo di ammalarsi avvenga gradualmente e subisca progressive intensificazioni.

Non esistono gravi malattie che piovono addosso improvvisamente, ma soltanto uomini che credono troppo a lungo alle cose che piovono addosso improvvisamente.                  
Quindi, ignorando segnali come l’ansia, la rabbia, la solitudine, la tristezza, il disamore e così via, stiamo mettendo le basi per un futuro disagio più importante. Tra le emozioni più importanti che proviamo vi è la  paura: agli albori della civiltà permetteva all’animale-uomo di individuare un pericolo concreto e di mettersi in salvo. Oggi è molto più diffusa di quanto non appaia, però i timori si sono spostati da cause di reale minaccia a un’infinita varietà di tensioni, più o meno evidenti, più o meno sommerse.

Perché non ammettiamo di avere paura, con semplicità? Perché culturalmente non è bello avere paura. Ci vengono subito date etichette di codardi, di pavidi, di inetti; i modelli sociali che ci vengono sistematicamente propinati sono quelli dei vincenti, dei coraggiosi, addirittura degli eroi: provare paura, nella nostra società non è tollerato. Così neghiamo questa informazione preziosa, usando spesso l’autocontrollo, riducendone la voce a un flebile sussurro. La paura, quella semplice e lineare comunicazione che a volte serve a salvarci la vita, si trasforma in un sentimento ambiguo, strisciante, in un’ansia generalizzata che ci prende e ci strangola in ogni momento della giornata: diventa una forza subdola che si oppone a qualunque cambiamento, che congela ogni velleità, un vincolo che ci paralizza. Anche se non lo vogliamo ammettere, resta il fatto che la paura, pur ben occultata, ci lavora contro e rappresenta un vero freno a vivere pienamente la nostra vita.

La cosa più intelligente da fare sarebbe quella di ascoltare la paura: ammettere di essere spaventati, dunque, è un atto eroico, soltanto così riusciamo a trasformare questa energia stagnante in energia che scorre. Se non agiamo, arriva un punto in cui il timore cresce, si dilata e prende spazio nella nostra vita, fino a impedirci di fare qualsiasi cosa; e allora ci ammaliamo. Quando uno spavento ha una causa concreta e immediata – una macchina che sta per investirci, una vipera che ci attraversa il sentiero -, ci permettiamo senza remore di sentire il messaggio forte e chiaro di minaccia che ci arriva e reagiamo di conseguenza.

 Ma nella nostra vita quotidiana quante volte non ascoltiamo? 

Quando manifestiamo il disagio della paura a livello emozionale, significa che il nostro Primo Chakra, o Chakra di Base o Chakra delle Radici, è scompensato. I Chakra sono centri sensori che captano e metabolizzano l’energia universale e servono per informarci sul mondo circostante. Se chiudiamo un chakra, di fatto non lasciamo entrare dal mondo esterno le informazioni che riguardano quell’area specifica della nostra vita. In questo caso il primo Chakra è deputato a provvedere alla nostra sicurezza, ad appagare esigenze collegate alla sopravvivenza e ai bisogni materiali fondamentali. Per molti la sicurezza è sinonimo di denaro, casa e lavoro, quindi lo squilibrio in questo chakra determina ripercussioni in queste aree; sperimenteremo la povertà e, anche se guadagniamo molto, perderemo sempre denaro o non sarà mai sufficiente per le nostre esigenze. Vivremo sempre con la paura di non avere abbastanza nel senso proprio della sopravvivenza, ci sentiremo minacciati e precari, sempre e dovunque. 

Quando non ascoltiamo e, di conseguenza, non riconosciamo e sciogliamo il messaggio emozionale della paura, le ripercussioni nel nostro corpo si manifestano negli organi e nei sistemi presieduti dal Primo Chakra, che è posizionato alla base della colonna vertebrale, a livello del perineo.

 

 

Tutti gli organi  che si trovano in questa zona sono interessati dalle patologie della paura: a livello del perineo avremo tutte le patologie che riguardano lo sfintere anale, come le emorroidi, o le grandi labbra, come la bartolinite. Il plesso sacrale che innerva glutei e gambe e può manifestarsi in patologie come la sciatalgia e le paresi agli arti inferiori. Le ghiandole endocrine di questo centro energetico sono le Surrenali che, nella loro parte midollare, secernono adrenalina, l’ormone che si attiva quando ci sentiamo minacciati e il cortisolo, ormone che si attiva nello stress cronico: malattie come la Malattia di Addison (o Morbo Bronzino), la Sindrome di Cusching, gli adenomi e gli adenocarcinomi surrenalici ne sono un esempio. Il sistema urinario che comprende reni, vescica, prostata, uretra e le infiammazioni come cistite, uretrite, pielonefrite, ascesso renale, calcolosi renale; il primo chakra , malattie glomerulari e tubulo interstiziali renali, le malattie nefrovascolari e l’insufficienza renale, cisti renali e adenomi e i carcinomi dei vari organi (reni vescica prostata uretra), patologie infiammatorie, come la prostatite, e tumorali, benigne e non, come ipertrofia prostatica benigna o adenomiofibroma e adenocarcinoma della prostata riguardano una tensione nel  primo chakra. Anche tutte le malattie che coinvolgono il sistema scheletrico con le ossa e le articolazioni e   la colonna vertebrale in toto, come ernia discale e spondilosi, tutte le patologie che colpiscono gambe, ginocchia, caviglie e piedi come fratture o distorsioni degli arti inferiori, alluce valgo e lesioni meniscali. Sono sempre patologie della paura le infiammazioni articolari come  artrite e artrite reumatoide, o degenerative come osteoartrosi, per es. la coxartrosi. Anche il  sistema linfatico con le patologie infiammatorie come linfangiti e linfoadeniti, le malattie linfoproliferative come il linfoma di Hodgkin e i linfoangiosarcomi sono disturbi che risalgono a una tensione nel primo chakra. La pelle nella sua funzione di depurazione fa parte di questo centro energetico; anche i denti e le gengive sono  collegabili al primo chakra con patologie come la carie e la periodontite; il senso connesso è l’olfatto e quindi il naso e i seni paranasali e tutte le loro problematiche infiammatorie come il raffreddore sono patologie della paura. Anche il sistema escretore, che riguarda anche la parte finale dell’intestino, il retto, e le sue funzioni, si collegano a questo centro e quindi  problemi come diarrea e stipsi denotano una tensione a questo livello.

Un altro aspetto interessante e paradossale della paura, è dato dalla forte attrattiva che esercita su alcune persone, ad esempio su coloro che praticano sport estremi, i giocatori d’azzardo o chi ha la passione dei film thriller o horror o chi si diverte con giochi virtuali.

Esiste un meccanismo psicologico comune che caratterizza tutte queste attività inducendo a ricercare e replicare attivamente esperienze eccitanti e coinvolgenti.
Questo meccanismo di natura bio-psico-sociale è correlato alla percezione di ciò che reputiamo  pericoloso, ma gestibile e quindi considerato almeno in parte controllabile. Oltre all’aspetto sociale e psicologico ne esiste uno anche più strettamente fisiologico che prevede, durante lo svolgimento delle attività pericolose e piacevoli, l’attivazione del circuito dello stress con il conseguente rilascio di adrenalina associata però anche alla dopamina e alle endorfine che ci spingono a identificare e replicare questo tipo di esperienze gratificanti. Studi neuroscientifici hanno dimostrato, attraverso elettroencefalogrammi, che le persone, dopo essersi sottoposte ad esperienze in cui si erano divertite ad avere paura, erano riuscite a “rilassare” una parte del loro cervello, analogamente a chi fa meditazione. Questa può essere una spiegazione alle dipendenze che insorgono in seguito a determinati comportamenti che sollecitano sensazioni paurose.

 

Daniela Temponi – Brunetta Del Po

 

SITOGRAFIA

https://disinformazione.it/2019/11/18/paura-la-piu-antica-e-potente-emozione-umana/
https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-scienza-dello-paura-perche-a-volte-apprezziamo-il-brivido
http://www.massimoagnoletti.it/perche-ci-piace-il-pericolo/
https://it.toluna.com/opinions/2917248/Perch%C3%A9-siamo-attratti-da-ci%C3%B2-che-inquieta
https://www.tandempsicologia.it/2018/11/16/perch%C3%A9-siamo-attratti-da-ci%C3%B2-che-ci-fa-paura/
https://www.horizonpsytech.com/2018/11/12/che-cosa-ci-attrae-dellhorror-il-piacere-della-paura/
https://www.ilmattino.it/societa/piaceri/paura_film_horror_piacere-1329335.html

 

BIBLIOGRAFIA

Rossella Panigatti “Le emozioni parlano”  Ed. Tea

T.Dethlefsen/R.Dahlke “Malattia e destino”